
Su un altare cubico nero sono poggiate le quattro armi magiche; su di esse vengono imposte le mani da una concentratissima figura gialla vestita con un copricapo a forma di infinito ed un caduceo bianco sul petto. Tutto è sormontato dal simbolo di Mercurio su uno sfondo giallo brillante: il Mago è all’opera.
Numericamente associato all’uno, la carta del Mago rappresenta la Volontà in azione, il passaggio dal pensiero alla manifestazione, lo zero-infinito del suo cappello che è pronto a sfornare un bell’uno-coniglio.
Tra le divinità, quelle che gli corrispondono sono di natura mercuriale, quali il Toth egizio e l’Hermes ellenistico. Infatti, questa figura incarna anche l’idea del “mistificatore”, un personaggio abile ed ingannevole perché esaltato dalla sua salda padronanza delle sue potenzialità.
In effetti il Mago è una versione cresciuta del Matto-bambino, o meglio, se questo è la sua forma potenziale, la carta del Mago è la forma attiva.
In ebraico “uno/unità” si dice “achad”, nome composto dalle tre lettere aleph, cheth e daleth che numericamente sommate danno il numero 13. Allo stesso numero corrisponde la somma delle lettere della parola “Bohu”: lo stato di caos e vuoto della materia informe prima che questa venga ordinata dal Logos divino. Si potrebbe dire che l’unità è una molteplicità celata e viceversa. In questo sta l’aspetto “truffaldino” del Mago, che si destreggia abilmente da una polarità all’altra e le intreccia insieme, come i due serpenti del caduceo di Mercurio.
Il Mago nell’Albero della Vita collega Kether (Corona) e Binah (Comprensione): è la “Corona della Comprensione, l’inizio della produzione materiale” o, in altri termini, è l’idea che sapere (e sapersi) rende liberi e padroni di fare come un mago, che cento ne pensa e Uno ne fa.





