Un giovane allievo andò dal suo maestro e gli chiese: “Maestro, sono devoto, studioso ed appassionato della conoscenza. Quanto tempo devo attendere affinché possa diventare anch’io un maestro?”.

Il maestro lo guardò negli occhi e gli  rispose: “10 anni”. Così l’allievo impaziente replicò: “Io desidero diventare un maestro più velocemente, non posso aspettare 10 anni. Lavorerò sodo, ogni giorno farò pratica e mi allenerò. Così facendo, quanto tempo impiegherò per diventare un maestro?”.

Il maestro rispose: “20 anni…”

“Io non posso aspettare così tanto!”, rispose l’allievo.

A quel punto il maestro rifletté un attimo ed alzatosi in piedi, disse al ragazzo: “Vieni con me, ti mostrerò qualcosa”. Si incamminarono verso il fiume e giunti a riva, il maestro chiese al giovane di inginocchiarsi. Poi prese la testa dell’allievo e la immerse nell’acqua. Dopo un minuto il ragazzo cominciò a dimenarsi ed a scuotersi…e dopo qualche istante ancora, l’allievo riuscì a togliere la testa dall’acqua ed a respirare.

Allora il maestro attese che il ragazzo si riprendesse e gli chiese: “Dimmi cosa avresti desiderato quando avevi la testa sott’acqua?”. “Aria”, rispose l’allievo, “Volevo aria”.

“Molto bene” disse il maestro e continuò, “Diventerai un maestro quando il tuo desiderio e la tua volontà di diventare un maestro saranno così come poco fa desideravi e volevi poter respirare”.

Anche se nella nostra lingua parlata spesso desiderare e volere sono considerati sinonimi, non possiamo non dire che, desiderio e volontà, riguardano due aspetti dell’animo umano ben precisi e distinti tra loro, come evidenziato dalle parole del maestro, nel racconto appena citato.

Il desiderio, inteso come uno stato di affezione dell’Io, scaturisce dall’attestazione o dalla percezione di una mancanza, che può essere diretta a persone, oggetti oppure ad una condizione che non riusciamo ad ottenere. Qualunque sia l’oggetto del nostro desiderio, riguarda qualcosa che non abbiamo.

Cosa ben diversa è la volontà.

Se il desiderio nasce da una mancanza, la volontà, che è la determinazione di una persona ad intraprendere una o più azioni volte al raggiungimento di uno scopo ben preciso, non può non trovare le sue origini in una presenza. La volontà, che Dante definiva il più grande dono fatto da Dio all’uomo, consiste nella consapevolezza di possedere la forza di spirito diretta dall’essere umano verso un fine, che è l’oggetto del desiderio. Quindi abbiamo desiderio-mancanza e volontà-presenza.

Ancora una volta ci viene posto davanti il bianco ed il nero del pavimento a scacchi, che evidenzia la natura duale dell’animo umano. Proprio questa natura duale e quindi illusoria può farci correre il rischio di cadere nell’errore di volere qualcosa senza desiderarla, o viceversa, desiderare qualcosa senza volerla.

Spesso pensiamo di volere ma non siamo coscienti, invece, di essere ancora nella sfera del desiderio. Siamo abituati ad usare il desiderio come motore delle nostre scelte. Ci siamo nati, è uno schema che ci portiamo sulle spalle in termini di configurazione personale e collettiva. Nelle nostre stesse radici come esseri umani, circola la droga del desiderio ed è quindi molto difficile accorgersi di esso e poi andare oltre, attivando nuove risorse e andare oltre vuol dire passare dall’Io desidero all’Io voglio.

Quando arriva il momento in cui l’Io voglio è pronunciato dal nostro essere consapevole, allora nuove direzioni si attivano e gli ostacoli si trasformano in nuove opportunità. Perché non esiste forza più grande e divina della Volontà. Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo accesso a questo canale di potere divino, a questo fuoco che brucia dentro ognuno di noi.

Se, invece, pensiamo  il contrario, è perché stiamo ascoltando solo la voce contorta del desiderio, che è connesso con la personalità, mentre il volere con l’Anima. Per questo l’Io desidero non può portarci al di fuori dei nostri limiti, se non attraverso l’Io voglio. Se non ci apriamo all’Io voglio, resteremo nel desiderio e nella sua logica compulsiva. Per accogliere la Volontà occorre un “IO” che si sia elevato al punto tale da essere disposto a lasciare andare parti di sé, che è l’unico modo per accogliere la trasformazione. Quindi, il desiderio e la volontà non possono e non devono essere mai lasciati da soli

Da soli non producono “frutti buoni da mangiare”, ma solo effetti negativi. Insieme hanno un effetto creatore. Insieme riescono a generare una terza forza ancora più potente, che ha permesso all’allievo di tirare la testa fuori dall’acqua e che rappresenta simbolicamente il passaggio oltre la dualità desiderio-volontà: la perseveranza, che è in grado di realizzare qualsiasi virtù. Nei momenti brutti il coraggio che ci ha dato la spinta non può fare molto se non è sostenuto nel tempo.

Tutto avviene nel tempo, non subito. Il volere tutto e subito è prerogativa del mondo profano, un iniziato lo dovrebbe saper bene.

Desiderio, volontà e perseveranza. Potremmo individuare in questo trinomio i primi tre gradi della Massoneria: Apprendista, Compagno e Maestro.

Riflettendoci, cosa porta in dote un valido Apprendista al suo ingresso in Loggia?

Ciò di cui dispone all’inizio è il suo desiderio di apprendere. La pratica è indispensabile ed è la condizione base, perché ogni neofita continui il suo viaggio.

La sana curiosità, quando è onesta e spontanea, va protetta come una debole fiamma ed aiutata da chi ne ha il dovere. Il desiderio d’apprendere, d’altro canto, dovrebbe essere il requisito minimo per accedere ad una Scuola Iniziatica. E’ questa spinta che nel tempo si trasforma in ardore del cuore, portando l’Apprendista introdotto alla conoscenza, ad iniziare il processo trasmutativo con un atto di volontà. Questo è il fuoco che trasforma un Apprendista in Compagno e che attraverso la perseveranza lo riceve Maestro.

Dove c’è valore, c’è cura. Se desideri, puoi offrirne un frammento: aiuta questo spazio a crescere.


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