Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ si e un po’ no.

Platone, il Fedro

Il settimo arcano dei tarocchi fu con ogni probabilità ispirato dal mito della biga alata di Platone che, in soldoni, spiega come l’anima possa essere paragonata a un’auriga che guida un carro trainato da due cavalli, di cui uno rappresenta la natura bassa dell’uomo e l’altro l’esatto contrario. Se il primo tende al basso, alla “materialità”, l’altro tende ai Cieli e all’unione col divino, e il compito dell’auriga è quello di portare l’ordine tra i due contendenti.

I colori dei cavalli nel mazzo di Regardie fanno riferimento alle due colonne del Tempio di Salomone, Boaz (nera) e Jakin (bianca), a simboleggiare le due polarità dell’universo e dell’uomo: il male e il bene, la Potenza e la Misericordia, il passivo e l’attivo, e chi più ne ha più ne metta.

Oltre alle due “colonne”, Regardie aggiunge quella centrale (di quest’ultima il mago inglese ne sapeva una cosetta o due) simboleggiata da una testa di fenice, simbolo di rinascita spirituale dalle ceneri della calcinazione alchemica, essere dalla natura ignea e aerea come il serpente alato alla base della colonna dei Chakra orientali, in perfetto accordo con il Pilastro di Mezzo occidentale.

Nella colonna risplende la stella a sei raggi” recita il Rito Minore del Pentagramma, e allo stesso modo la fenice fa capolino tra i due cavalli; insomma, tra i due litiganti il terzo “gode”, non a loro discapito bensì vantaggio.

A giostrare il tutto è l’anima umana, il Genio Superiore, esplicitamente di natura mercuriale dato il colore arancione della sua armatura e dalle corna (simili a quelle del glifo di mercurio).

È importante notare come i cavalli non siano alati, ma sembrano correre leggerissimi su una distesa di nuvole, rese brillanti dal passaggio del carro. Ciò simboleggia che non bisogna ascendere letteralmente il piano materiale (una volta ci provarono a Babilonia e basta dare un’occhiata alla sedicesima carta dei tarocchi per capire che la cosa non fu esattamente una genialata), piuttosto è bene capirne l’illusione e superarlo dentro e da dentro. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, in ogni caso una vittoria a realizzarsi. 


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