II – LA DEMITIZZAZIONE E LA FINE DEL KATÉCHON

Ossia la rottura delle dighe che trattenevano le forze del caos e della dissoluzione

Negli ultimi due secoli e mezzo, in Europa, sono nate molte Società segrete, presunte iniziatiche, ma che nella realtà potrebbero essere finalizzate alla controiniziazione, ossia all’occultamento e/o al depistaggio del vero elemento iniziatico della Tradizione (6), che dovrebbe stare alla base di una Civiltà, come valore fondante, da cui far dipendere tutti gli altri valori: civili, giuridici, etici, paidetici… Insomma, moltissime delle Società segrete, apparentemente iniziatiche, in Età Contemporanea, sono in realtà delle trappole finalizzate a depistare, a controiniziare e a deviare. Ed è questa una finalità tenuta nascosta alla stragrande maggioranza dei loro adepti che stanno alla base o ai livelli medio-alti della piramide, di cui immaginiamo formate queste Società stesse, i cui veri scopi sono conosciuti solo dai vertici di comando più alti. In basso, trovate come movente della loro azione politica, sociale e culturale, solo motivazioni banalmente umanitarie e universalmente condivisibili, estremamente annacquate, in modo da poter andare bene per ogni epoca, per ogni persona, per ogni circostanza e comunque talmente condivisibili che è quasi impossibile farle oggetto di contestazione; è proprio ciò che consente a tali Società e ai loro membri di essere presenti e infiltrati in ogni aspetto della vita di un Paese, divenendo un importante fattore di condizionamento della sfera politica, culturale, pedagogica e di costume di una Nazione.

Nel 1962 esce a Parigi, postuma, I simboli della Scienza Sacra, opera (7) di René Guénon (1886-1951), ritenuto, pressoché universalmente, il più alto iniziato e il maggior esperto di cose riguardanti la Tradizione (anche detta “Scienza Sacra”) del Novecento. È indiscutibile che si tratti del più importante iniziato del suo secolo, se è vero che già intorno ai 22 anni aveva raggiunto il 30* grado della Massoneria scozzese ed era introdotto in circoli esoterici e sette segrete importanti del suo tempo (fu 90* grado del Rito di Memphis-Mizraim, auditore di Papus, fondatore di un Rito Templare a Parigi). L’ opera in questione è pubblicata in italiano da Adelphi. Ebbene, in essa, il simbolo fondamentale della Scienza Sacra e di ogni iniziazione, ossia, il Cavaliere e l’uccisione del Drago, neppure compare.

Circa negli stessi anni, su un piano di cultura religiosa e liturgica, accadeva qualcosa di simile all’interno della Chiesa Cattolica, immessa sul binario delle riforme del Concilio Vaticano II, da Papa Giovanni XXIII e portate a compimento da Paolo VI, che non poco favorì un clima e un atteggiamento neomodernista del Concilio. Deve essere stato sulla scia di questo spirito di “rinnovamento” che nel 1969, sotto il pontificato dello stesso Paolo VI, si compì il declassamento di San Giorgio dal calendario liturgico. San Giorgio (275-303) era il Santo che rappresentava, in un contesto di fede cattolica, il “mito” archetipo di ogni iniziazione: l’uccisione del Drago. San Giorgio è ritratto in tale impresa nelle iconografie religiose in cui viene rappresentato. Inutile ricordare che le correnti neomoderniste e riformatrici, all‘ interno del Concilio, furono sostenute da alti prelati molto vicini (o iniziati essi stessi) a Società segrete (presunte) iniziatiche del loro tempo. E non furono pochi costoro se Papa Albino Luciani (1912-1978), nel suo breve pontificato, aveva programmato di ripulire la Chiesa da alte figure istituzionali che non potevano pretendere di essere, nello stesso tempo, fedeli ai valori del Cattolicesimo ed ai valori delle sette segrete di cui facevano parte, le quali si esprimevano in principi e azione politica nettamente anticattolici.

Nel Novecento abbiamo voluto ricordare due importanti circostanze in cui esplicitamente si cancella dalla cultura laica e religiosa il simbolo fondamentale della Tradizione e di ogni iniziazione: il tema dell’uccisione del Drago, che è stato a fondamento di secoli e secoli di “cultura cavalleresca” in Europa, ispirando temi letterari, modi artistici figurativi, fenomeni di costume, valori folklorici, ricorrenze e festività popolari, fiabe e leggende. Insomma, questo “mito” è stato, per molto tempo, la colonna portante di secoli di civiltà europea (e non solo), il cui comune denominatore diciamo “cultura cavalleresca”, ma con importanti risvolti sul piano sociale e culturale della vita religiosa e filosofica.

III – IL RADICAMENTO NELLA TRADIZIONE

Nel Rig Veda, Indra uccide Vritra, il primogenito tra i draghi, figlio della dea Danu che ostacola e copre gli elementi vitali dell’universo (le acque, i sette fiumi, la luce, le “mucche”); “Indra e Soma, voi sconfiggeste il serpente Vritra che cercava di ostruire le acque” (8). Vritra è un drago (Ahi), che rappresenta il caos e le forze della dissoluzione. Uno degli epiteti di Indra è quindi vrtrahan: “macellaio di Vritra, vincitore della resistenza”.  Indra è “Colui che uccise il Drago e liberò i sette fiumi… Umiliò e scacciò la razza inferiore” (9); “uccisore del Demone” (10). Il riferimento al Katéchon, ossia all’ uccisione-contenimento delle forze del caos e della dissoluzione incarnate dal Demone-Serpente, lo troviamo quando viene definito “Il Guardiano dell’Ordine” (11). Vritra, infatti, dal punto di vista etimologico significa “ostruzione”, “resistenza”, “Avversario”, “ostacolo”. “Quando, Indra, uccidesti il capo dei draghi e sconfiggesti le magie degli incantatori, allora desti vita a Sole, Aurora e Cielo e non trovasti più un solo nemico che ti fronteggiasse” (12)

Nell’Enuma Elish, il Poema della creazione (13) dell’antica religiosità Assiro-Babilonese, il mito della lotta del Dio (Marduk) contro il Drago o il Serpente (Tiamat) è un mito fondatore, che ricalca e ripete un più antico scontro tra il Dio Enlil e il Drago Labbu. Questo per dire che tutte le grandi civiltà euroasiatiche hanno a loro fondamento il mito dell’uccisione del Drago, non solo a significare la legittimazione della nuova divinità a detenere lo scettro regale sugli altri Dèi, ma anche a voler significare la nascita della Civiltà che coincide con l’uccisione del Drago mangiatore di uomini e di animali. Nei Testi sumerici e accadici Marduk viene presentato con l’attributo di “Uccisore del Drago” e tale caratteristica fu iconograficamente rappresentata come colui che “calpesta il grande serpente” (14). Questo attributo lo ritroviamo in era cristiana, nelle raffigurazioni della Madonna che tiene fermo (Katéchon) il serpente sotto il piede. Le forze del caos e della dissoluzione sono soggiogate e tenute ferme; solo allora nasce la Civiltà.

Apollo porta l’attributo di “Pitico” in quanto ha ucciso il serpente Pitone, nel luogo dove era un santuario della Madre Terra che prenderà il nome di Delfi, perché Delfine era il nome della compagna di Pitone (15). La sacerdotessa di Apollo si chiama anche Pizia, o Pitonessa, derivando il nome dal serpente ucciso, il quale, proprio a significazione del Katéchon, sta ucciso e soggiogato per sempre, sepolto sotto l ‘edificio del Santuario delfico, allo stesso modo che Marduk e poi la Madonna tengono fermo e soggiogato sotto il piede il Grande Serpente.

Nella politica religiosa e nella teologia delfica, l’uccisione del Drago è elemento archetipico e fondativo: Cadmo, l’eroe della saga tebana, ricevette dal Santuario l’ordine di uccidere un Drago e di fondare una città la dove era avvenuta la sauromachia. Così nacque Tebe.

Nella mitologia greca Eracle uccide il Drago Ladone, collocato da Era a vigilare l’albero sacro dai pomi d’oro (che noi conosciamo come Giardino delle Esperidi). Eracle si appropria dei pomi d’oro dopo aver ucciso il Drago e compie così la sua undicesima fatica. Nella Grecia Classica è l’eroe Perseo che taglia la testa ad un mostro marino a cui stava per essere sacrificata Andromeda, legata nuda ad uno scoglio in riva al mare e vestita di soli gioielli, unico modo, secondo l’oracolo, per liberarsi dai flagelli che il mostro infliggeva a quel popolo e che dopo l’intervento dell’eroe sarebbe diventata sua sposa (16). La vicenda è pressoché identica a quella di Eracle e della figlia di Laomedonte, legata nuda ad uno scoglio sulla spiaggia di Troia, vestita di soli gioielli, che doveva essere sacrificata al mostro secondo il responso dell’Oracolo di Zeus Ammone. Eracle tagliò la testa al mostro marino ed ebbe in sposa Esione (17).

Il Beowulf è un poema fondamentale dell’antica tradizione germanica, risalente forse al VII oppure VIII secolo, redatto da anonimo in lingua volgare, le cui vicende si svolgono tra Danimarca e Svezia. In questo poema, i mostri come l’orco (gigante) Grendel derivano da un’altra dimensione. Essi vengono dall’Altrove e si nutrono di uomini; essi sono detti anche “Creature di Fuori” (18) e vivono in una caverna subacquea. Sono di discendenza cainita, antropofagi come i giganti, che da loro derivano e detti “Avversari del genere umano”. Nel Beowulf già compare la figura di Siegemund-Sigfrido (19) l’uccisore del Drago, al fine di impossessarsi del tesoro che “custodisce”: il tesoro dei Nibelunghi, qui detto “il tesoro di anelli” (20).  Beowulf è definito “il signore degli anelli” (21). Quindi, nella tradizione orale più antica della cultura germanica, la figura di Sigfrido è archetipica, anche per il poema Beowulf, molto più antico del Nibelungenlied. Siegfrid fu tradito e ucciso dai giganti (22).  Lui che era il baluardo delle nazioni umane. In questo contesto troviamo (23) che la Coscienza è definita “il guardiano” o anche “il pastore dell’anima”, facendo riferimento alla vigile attenzione con cui l’asceta-cavaliere controlla la sua interiorità. E se non lo fa con diligenza, ecco che durante il sonno della Coscienza si infiltra l’Assassino che permette l’installarsi di idee superbe e ingiunge perversi comandi che rendono impura l’anima del Cavaliere. In questo testo si dice esplicitamente che il Drago blocca l’accesso a un tesoro di cui lui stesso non fruisce (24). L’uccisione del Drago (25) è l’episodio centrale e decisivo del poema,

Abbiamo dunque a che fare con un archetipo  fondamentale di tutta la Civiltà indoeuropea e nordeuropea, come attesta la Saga dei Nibelunghi, poema anonimo della “mitologia” germanica scritto tra il 1190 e il 1205, ma basato su antiche leggende (“alte maeren”), sopravvissute per tradizione orale nei secoli e divenute oggetto  di questa epica, che deve tramandare immutato nei secoli un messaggio, un valore e un archetipo, al centro del quale c’è l’eroe cavaliere Sigfrido che uccide il Drago (26);   sullo sfondo, c’è la presenza dell’immenso tesoro dei Nibelunghi che finirà seppellito nel Reno.

Nell’Edda, il testo fondamentale della “mitologia norrena”, scritto da Snorri Sturluson, tra il 1220 e il 1230, ritroviamo il parallelo della vicenda vedica di Indra che uccide Vritra. Thòrr è l’uccisore del serpente Midhgardhr, figlio del gigante Loki, “l’autore di ogni inganno … bello e gradevole nella figura, malvagio nell’animo, molto volubile nei modi” (27), agente del caos. La prova esteriore che il cavaliere ha compiuto il suo percorso di iniziazione, la teleté suprema, è data dal fatto che Sigurdhr, dopo aver bevuto il sangue del Drago ucciso (il nano Fàfnir si era trasformato in Drago e si era accovacciato sull’oro), fu in grado di comprendere il linguaggio delle cinciallegre (28). Mentre nel Nibelungenlied, il segno esteriore della raggiunta iniziazione è l’invulnerabilità alle armi di Sigfrido, dopo essersi bagnato del sangue del Drago ucciso.

Il tema del Drago e della sua uccisione da parte del cavaliere non è solo oggetto della tradizione epica, ma è archetipo trasmesso anche nella “fiaba” popolare, “… assai diffusa, in varie versioni, dal Giappone e dall’Annam, all’est, al Senegambia, alla Scandinavia e alla Scozia, all’ovest. I dettagli della fiaba variano da paese a paese, ma il nocciolo è questo. Una certa terra è infestata da un serpente, un drago, o un altro mostro dalle molte teste, che annienterebbe la popolazione se non gli venisse consegnata, in un certo giorno, una vittima umana, generalmente una vergine. Molte sono state le fanciulle sacrificate fino a che, una volta, tocca alla figlia del re. Viene esposta al mostro, ma l’eroe della fiaba, solitamente un giovane di umili natali, uccide il mostro e, per ricompensa, ottiene la mano della principessa. In molte versioni il mostro, descritto a volte come un serpente, si nasconde nelle acque di un mare, un lago o una sorgente. In altre, invece, è un serpente o un drago che si impossessa di una sorgente e ne concede l’acqua solo in cambio di una vittima umana. Sarebbe forse un errore liquidare tutti questi racconti come pure e semplici invenzioni favolistiche,” (29).

NOTE

(6) Quella che Evola chiama “Tradizione unica primordiale”: EVOLA J., La Tradizione Ermetica, Roma 1996, pag 25.

(7) GUENON R., Fondamenteaux Symbols of Sacred Science, Parigi 1962, tr. it. Milano 1997.

(8) I Veda, a cura di R. Panikkar, tr.  it., Milano 2005, RV VI 72, 3.

(9) Ivi, RV II 12, 3-4.

(10) Ivi, RV I 187, 1.

(11) Ivi, RV IX 73, 8.

(12) Ivi, RV I 32,4.

(13) Trovate il testo in: Mitologia assiro-babilonese, Torino, a cura di G. Pettinato, Torino 2005, pp. 101–151. Stiamo citando da: Tavola quarta, 100-105.

(14) Testi Sumerici e Accadici, trad. it. Torino 1987, a cura di G.R. Castellino, Parte seconda, Testi Accadici, Inno processionale a Marduk e a Nabu, pag. 420.

(15) GRAVES R., Greek Myths, Londra 1955, tr. it., Milano 1983, 21 a 2.

(16) GRAVES R., Miti greci, cit., 73 k.

(17) Ivi, 137 a-d.

(18) Beowulf, tr. it. A cura di L. Koch, Torino 1992, 1501.

(19) Ivi, 875-885.

(20) Ivi, 894.

(21)  Ivi, 2345.

(22)  Ivi, 902.

(23)   Ivi, 1740 ss.

(24)   Ivi, 2277.

(25)   Ivi, 2700.

(26) Nibelungenlied, trad. it., Torino 1995, XV 899-902, traduzione di L. Mancinelli; dice Crimilde dell’eroe e cavaliere Sigfrido:
È forte il mio sposo e molto coraggioso.
Quando uccise il Drago là, sulla montagna,
si bagnò del suo sangue, il nobile guerriero,§
perciò non lo ferisce nessun’arma in battaglia.
………
Quando dalle ferite del Drago scorreva il sangue ardente,
e in esso si bagnava il prode cavaliere,
gli cadde tra le spalle una larga foglia di tiglio.
Là può esser ferito: per questo mi cruccio.”

(27) SNORRI S., Edda, tr. it., Milano 1991, Gylfaginning 33-34.

(28) Ivi, Skàldskaparmàl 40.

(29) FRAZER J. G., The Golden Bough, Londra 1922, tr. it. Roma 1992, pag. 17.

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