PARTE I

“Nella forza del Sacrificio che è fondato nel cielo supremo

e dall’Ordine Cosmico radicato nell’Ordine Cosmico,

i Nostri Padri, sebbene mortali, ottennero seggi immortali”

Rig Veda V, 15, 2

Questo saggio tenta di ripristinare il significato esoterico e mistico di un “mito” fondamentale della Tradizione (1). Di esso, non solo se ne è smarrito il significato, ma, addirittura, nella cultura contemporanea occidentale, non se ne fa più nome, neppure tra i simboli fondamentali della Tradizione o Scienza Sacra. Eppure, si tratta del simbolo principale e fondamentale: l’uccisione del Drago. Insieme ad esso si cercherà di definire l’essenza della vera Cavalleria, facendo riferimento, innanzitutto, a quella medievale, la cui vera natura potrebbe esser stata seppellita sotto una gran mole di letteratura, falsamente cavalleresca, che ha intenzionalmente occultato il carattere originario ed esoterico di tale fenomeno, sociale, militare e religioso.

I – IL DRAGO E LA SUA SIMBOLOGIA

Si tratterà di tentare di capire i seguenti sei punti fondamentali:

  1. Che cosa significa l’associazione del Drago (2) alla caverna, o comunque ad un luogo ctonio, come proprio habitat?
  2. Perché si associa il Drago al tesoro, oppure all’oro? E perché questa associazione viene di solito interpretata come “custodia”? Il Drago custodisce il tesoro-oro?
  3. Perché e cosa significa l’associazione del Drago all’eclissi, nel senso che la Tradizione ci dice che ne sarebbe la causa?
  4. Cosa significa che il Drago uccide i passanti, ossia tutti coloro che si arrischiano sul suo territorio?
  5. Perché e cosa implica la quadruplice natura del Drago che la Tradizione ci rappresenta come composto da animale acquatico, animale terrestre, animale di aria e infine animale di fuoco?
  6. Che significa che solo l’eroe è in grado di affrontare il Drago? A prima vista la risposta sembra banale: si dirà che ci vuole necessariamente un uomo forte per affrontare il Drago. Ma vedremo di che tipo di forza si tratta.

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1 – La caverna, luogo abituale del Drago, rappresenta l’ignoranza. È così che Platone, nel noto mito, raffigura l’ignoranza in cui versa l’uomo comune; topos ricorrente nella tradizione iranica precedente a Platone. La caverna è un luogo privo di Luce e la Luce è associata alla Sapienza e al Nous. La caverna corrisponde a ciò che in Eraclito è definito come “mondo privato e di sogno in cui ogni individuo sta rinchiuso, nella misura in cui non partecipa della Luce universale del Logos”. La presenza del Drago è, eo ispo, presenza dell’ignoranza, rappresentata come suo antro sotterraneo, spaccatura del suolo (come in Delfi) o grotta sottomarina.

2 – Il Drago veglia nei pressi di un tesoro fatto di oro, oppure veglia e fa guardia ad una fanciulla. Il tesoro e la fanciulla rappresentano un bene molto prezioso per raggiungere il quale bisogna superare la sorveglianza del Drago. Sarebbe un errore credere che il Drago stia facendo da guardiano, nel senso che è consapevole del bene che rappresenta il Tesoro, oppure la fanciulla. In realtà, il Drago impedisce l’accesso ad un bene di cui lui stesso non fruisce e di cui non intende fruire. L‘ oro e la fanciulla e il carbonchio sulla fronte dell’animale (come nella tradizione indiana) significano la beatitudine del Sé. È questo il Giardino delle Esperidi. Per raggiungere questo luogo è indispensabile superare la sorveglianza ostativa del Drago. E ciò può esser fatto solo uccidendolo. Ecco il supremo sacrificio, che apre la via alla dimensione celeste.

3 – L‘eclissi sta a significare proprio quello che sopra abbiamo chiarito: il Drago ostacola l’accesso al Tesoro allo stesso modo in cui la luna impedisce, durante l’eclisse, la visione ed il godimento dei benefici del sole (3).  La luna è anche chiamata “Drago del cielo” (4) per le eclissi solari che essa produce. I punti di intersezione dell’orbita solare con quella lunare sono chiamati “nodi” o “Drago”, nelle tradizioni astrologiche, perché possono dar luogo ad eclissi, le quali, esattamente come il Drago, impediscono l’accesso al supremo beneficio che qui è la luce solare (quasi sempre identificata con la luce della verità).

4 – Il Drago porta la morte. Fuori dalla simbologia, ciò significa che l’identificazione con l’ego, quindi col corpo, ha come conseguenza la morte. Essa è determinata da una caduta, la caduta dal livello del Sé, come io dell’io, all’ego, identificato col corpo e quindi in una dimensione temporale e materiale che comporta malattia, vecchiaia e morte. La presenza del Drago sta a significare il coabitare con la morte di chi, dopo il peccato, ha subìto la caduta. Fuori dalla simbologia biblica, ciò significa che chi ha riposto il senso dell’io fuori di Sé, ossia nell’ego e nella corporeità (rappresentata dai 4 elementi che compongono la natura del Drago) è destinato alla vita materiale nel tempo e nello spazio, fatta di sofferenza e vulnerabilità. È questo il senso in cui, prima della sua uccisione da parte dell’eroe, il Drago divora persone e animali che attraversano, o abitano, il suo territorio.

5 – L’ego, identificato col corpo, sopporta la quadruplice natura di questo, fatta di:

  • acqua, che nel Drago è rappresentata dalle zampe palmate dell’animale acquatico;
  • fatta di fuoco, rappresentata nel Drago come animale che sputa fuoco (oppure avente sembianze di salamandra, essendo questo animale rappresentazione del fuoco);
  • fatta di aria, che nel Drago si presenta come sua parte alata per dire che è anche animale di aria;
  • e infine terrestre, che sono le quattro zampe del Drago, indicanti un animale terrestre e mammifero.

Il corpo umano, che fa da sostrato materiale all’ego o persona (prosopon), è simboleggiato dal Drago nei suoi quattro elementi costitutivi.

6 – L’ uccisore del Drago è l’Eroe o il Cavaliere. Un combattente in grado di sostenere e vincere la lotta interiore della guerra ascetica che egli compie per volere di San Michele. Egli libera sé stesso, uccidendolo, dall’ego per ritrovare il Grande Tesoro che è la beatitudine del suo Sé, come “io dell’io”. Questa è la sua vera e beatifica identità, libera dalla morte e dalla dimensione spazio-temporale oltre la quale non si conosce vulnerabilità e paura. Questo è il termine del cammino iniziatico i cui segni sono appunto l’invulnerabilità di chi si è bagnato col sangue del Drago oppure la piena armonizzazione col mondo della natura come capacità di intendere e parlare il linguaggio degli uccelli, secondo quanto riferito dai più importanti testi della Tradizione che poi analizzeremo.

Scrive nell’VIII secolo Shankara, filosofo nato in India da famiglia brahmanica, e fondatore della Scuola Filosofica dell’Advaitavedanta, nel Vivekacudamani: “Colui che si è liberato dell’ego splende eternamente come il Sé, simile alla luna piena, radiosa quando si è liberata dalla testa del Drago (dell’eclissi). Nel campo del cuore il terribile cobra dell’ego sta aggomitolato intorno alla beatitudine del Sé, a cui nega l’accesso con il triplice cappuccio dei guna. Queste tre spaventose teste del serpente dell’ego devono essere coraggiosamente troncate, secondo le Scritture, soltanto con la possente spada dell’effettiva esperienza del Sé. Colui che ha distrutto così il serpente dai tre cappucci può ottenere e godere l’immenso tesoro della Beatitudine di Brahman. Perciò abbandona anche tu il senso dell’io nell’ego, che appare come ente e presume di essere il soggetto che agisce, mentre è soltanto la luce riflessa del Sé.”  (5). È questo il senso in cui: “il Grande Drago, il serpente antico, chiamato Diavolo e Satana, che sedusse tutto il mondo e fu precipitato sulla terra.” (Apocalisse, XII 9). Più che “sedurre” il termine esatto è “indurre in errore”.

NOTE

(1) ZOLLA E., Che cos’è la Tradizione, Milano 1998, pag.133-138:

(2) CLEBERT J.P., Bestiaire Fabuleux, Paris 1971, tr. it., Milano 1990, pag 117-127. “Drago”, sia in greco che in latino, significa “grosso serpente”;

(3) DE SANTILLANA G.-VON DECHEND H., Mulino di Amleto. An essay on Myth and the frame of Time, 1969, tr. it. Milano 2003, pag. 88.

(4) Ivi, pag. 334.

(5) SHANKARA, Vivekacudamani, in MAHARSHI R., Opere complete, tr. it. Roma 1977, pag 139. I tre guna sono i tre stadi fondamentali della materia, paragonabili ai 4 elementi di cui parla la tradizione occidentale. Noi abbiamo: aria, acqua, terra e fuoco, mentre nella filosofia Samkya abbiamo: 1. Attività violenta e convulsa (rajas); 2. Ignavia, pesantezza e opacità (tamas) e 3. La purezza consapevole ed equilibrata (sattva).

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