di M. Ed. Goudin

All’approssimarsi della 95.ma olimpiade, un pellegrino della scienza arriva lungo il Nilo per studiare la teosofia e domandare la rivelazione dei sacri misteri.

Fu ammesso alle prove.

Discese nelle profondità di un pozzo nero comunicante con due locali: proseguì dopo un cancello di ottone che gli si chiuse dietro con un sordo rumore; avanzava con una torcia in mano, passando una seconda porta che dava su una galleria ad archi rischiarata da lampade.

Sul frontone questa frase:

Tutti i mortali che avanzeranno soli e senza spavento nella cinta sacra, riceveranno la luce, saranno purificati dall’aria e dall’onda e iniziati ai più misteriosi segreti della dea Iside.

Una voce dall’alto interrogò il neofita per sapere se il suo cuore gli reggeva ed il neofita gli rispose con decisione, proseguendo il suo cammino.

Davanti una porta di ferro, tre uomini armati i cui elmi avevano la forma del muso di un cane.

“Tu puoi”, gli dicevano, “tornare sui tuoi passi; segui il tuo progetto oppure non farti più vedere”.

Il neofita gli disse: “Vado avanti”.

Una fornace bruciava spalancata e non poteva essere attraversata se non con un passaggio molto stretto; alla fine mugghiava un torrente e l’altra sponda non poteva essere guadagnata che a nuoto: queste due prove furono brillantemente superate, ma il peggio doveva ancora arrivare.

Una scala di diversi gradini conduceva ad una luminosa porta di avorio che si apriva tramite due anelli brillanti; raggiunta la soglia, ecco che il pavimento tutto ad un tratto veniva scosso da un tremore impetuoso della terra, enormi ruote d’ottone facevano muovere con una rapidità incredibile delle catene rumorose, la lampada cadde dalle mani del neofita che stava così, senza saper che fare, con tutto che gli tremava attorno, avvolto dalle tenebre. Non chiese grazia, ma fu sfiorato da un brivido.

Aspettò.

Il caos lasciò il posto alla calma ed ecco una porta, invisibile fino a quel momento, conduceva ad una sala illuminata da centinaia di fiaccole; sedevano li sessanta sacerdoti con la barba coperti di stoffa di fino lino, collari di una forma e di un valore proporzionato ai diversi gradi; il pontefice rivestiva l’iniziato di un’alba bianca e gli presentava un bicchiere d’acqua:

“Questa è la bevanda di Lete, bevi l’oblio delle sentenze mondane”.

Ventiquattr’ore di riposo, meritato, preparavano il neofita ad un ritiro di quarantun giorni. Durante questo periodo e nei sei mesi successivi, l’esistenza del dio creatore, i nomi, gli attributi, i ragionamenti della sua potenza infinita attraverso il sole ed i pianeti, i principi dell’alta mora e la filosofia religiosa furono rivelati al recipiendario, poi gli fecero delle domande e mai si erano sentite risposte di tale profondità.

Così fu ricondotto ai luoghi sacri, dove giurò di non condividere con nessun profano quello che aveva visto ed ascoltato.

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