Ci sono tante cose che ci circondano, accompagnando la nostra vita. Alcune sono cose materiali e altre immateriali; capita che dobbiamo orizzontarci per scegliere ciò che vogliamo utilizzare, e vogliamo avere con noi, o ancora più spesso ci capita di cercare di valutare e comprendere ciò che invece la contingenza ci pone accanto.

Del pari, capita che cerchiamo di pesare e soppesare ciò che di materiale c’è nel mondo e che ci circonda. Sicuramente questo lavoro porta ciascuno di noi a cercare di comprendere cosa sta da un lato e cosa sta dall’altro. Nascono quindi le etichette con le quali dualisticamente dividiamo il mondo.

Su tutte v’è il Bene ed il Male, ma anche l’Offesa ed il Complimento, la Bontà e la Cattiveria, e non ultimo il Bello ed il suo rovescio il Brutto.

Ma tra l’ordito e la trama di questo discorso compare la soggettività. In soccorso a questa ovvia deduzione, viene il dizionario filosofico di un illustre maestro di qualche secolo fa: Voltaire.
Egli infatti definiva il Bello (e la Bellezza), così:

Chiedete ad un rospo cos’è la bellezza, il bello assoluto, to kalòn.
Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due occhi grossi, rotondi, sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno.
Interrogate un negro della Guinea: il bello è per lui una pelle nera, oleosa, gli occhi infossati, il naso schiacciato. […]

Concluse, dopo molte riflessioni, che il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a Roma e quel che è di moda a Parigi, non lo è a Pechino e così si risparmiò la pena di comporre un lungo trattato sul bello.

Ma, nel nostro lavoro volto a sgrossare la pietra, vengono in soccorso i miti greci. E così in particolare la favola del Pomo d’oro. banchetto per la celebrazione del matrimonio di Peleo e Teti. Eris, la dea della discordia, non venne invitata e, irritata per questo oltraggio, raggiunse il luogo del banchetto e gettò una mela d’oro con l’iscrizione “alla più bella”. Era (dea della Ricchezza e moglie di Zeus), Atena (Dea della Sapienza e della Guerra) ed Afrodite (dea dell’Amore) se la contesero tra furibonde liti. Quindi Zeus, con la scaltrezza che lo contraddistingueva, interpellato a decidere indicò in Paride, il più bello degli uomini, colui che avrebbe compiuto la scelta. Al di là delle considerazioni su ciò che rappresentavano le Dee coinvolte nell’agone, e cosa offrirono al malcapitato mortale, è singolare che alla Bellezza faccia da contraltare proprio la “bruttezza” (ma dell’animo) delle destinatarie; che entrate subito in discordia, tentano di corrompere e tradire Paride, per ricevere il premio del Pomo.

L’Armonia è invece la compagna del Bello. La Luce che insegna ad osservare ed apprezzare ogni dettaglio del creato, e del suo Creatore.

In definitiva, cercando di percorrere la linea che sta tra le due parti, e traendo quindi è un insegnamento o almeno uno spunto di riflessione, siamo portati a ritenere che il Bello sia per il Massone, questo: una colonna del Trinomio Saggezza-Forza-Bellezza, simbolo ternario e rappresenta le virtù che il libero Muratore deve sempre perseguire per la ricerca del suo miglioramento, sia nella vita all’interno della Loggia che in quella del mondo profano. Non dimentichiamo, una volta usciti dall’Officina, che le Tre Luci, ed in particolare il secondo Sorvegliante, pronunciano la seguenti frasi durante l’accensione delle tre candele: “Che la Saggezza illumini il nostro lavoro”, “Che la Forza lo compia e lo renda saldo”, “Che la Bellezza lo adorni”.

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