Posso con certezza affermare una cosa. Non ho avuto paura. Altre volte mi sono trovato, per così dire, a riflettere.
Durante alcune esperienze di fede, ho vissuto il “Deserto”, che altro non è che un momento di riflessione in solitudine per periodi più o meno lunghi. L’ultimo di questi che mi ricordo è durato all’incirca un’ora, da solo buttato in un angolo di un cortile di un convento.
Detto ciò, non mi ha fatto paura il fatto di rimanere in una stanza chiusa a riflettere e non facevano paura nemmeno le botte date alla porta, tutt’al più fastidio, molto fastidio.
Fatta questa breve premessa, non appena fui scaraventato all’interno di quel luogo e spogliato del cappuccio, ho scrutato a lungo tutti i dettagli della stanza. Ero titubante nell’alzarmi, non sapevo come comportarmi e fin dove potessi curiosare. Ciò che mi fermava era la frase posta sopra la porta: “Se la curiosità ti ha portato qui, Esci”. Pensai che non potevo iniziare con l’essere curioso, soprattutto se c’era scritto a chiare lettere il contrario. Avevo però una gran voglia di aprire quel piccolo stipetto posto poco più in alto a sinistra dello scrittoio. Ovviamente avevo frainteso il senso della frase, ma rimasi seduto solo ad osservare e a resistere a quella voglia, fin quando il Maestro Terribile non entrò e mi disse di osservare tutto e che avevo la facoltà di aprire qualsiasi cosa, anzi che avrei dovuto farlo.
Non appena uscì, mi alzai, mi ci posi davanti. Con delicatezza lo aprii non sapendo cosa ci fosse all’interno. Non appena aperto, ebbi una sensazione strana. Dentro non c’era nulla se non che uno specchio. Quello che vedevo era “me stesso” riflesso e si intravedeva uno scheletro dietro di me. Ebbi come l’impressione di vedere una mia foto del mio funerale. Quelle che si mettono nei tavolinetti vicino al banco delle offerte, o di quelle buone da usare per la lapide al cimitero. Graficamente ci stavo dentro perfettamente. Mezzo busto, con giacca e cravatta. Poca luce che rendeva meglio e ancor di più l’idea. Quasi una foto tessera, ma più grande, adatta alla macabra occasione. Ma anche qui non ebbi paura. Anzi mi si stampo in faccia un leggero ghigno sorridente e non so perché. Fu un riflesso incondizionato, me ne sono accorto solo perché non distoglievo gli occhi dallo specchio e vidi quel sorriso. Ero ipnotizzato da quella immagine.
Dopo un po’ cominciai ad immaginare il mio funerale. E mi rattristai. Non per la mia morte, però. Mi rattristai per quello che vidi. Mia madre e Serena. Le donne della mia vita. Le vidi distrutte. Come se non riuscissero più a riprendersi da quell’evento. Le vidi durante la mia veglia funebre. Durante il mio funerale. Durante il momento in cui mi depositavano nella cappella della mia confraternita. Ed in tutti questi momenti erano sempre più tristi e “disperate”. Non ricordo le reazioni degli altri. Anzi sembrava proprio che la mia immaginazione mi volesse far vedere solo loro due. Come se ci fosse un regista che faceva primi piani solo ai soggetti che ne meritavano attenzione.
Non ricordo per quanto tempo stetti a fissare lo specchio, me stesso. Ma non fu per un breve periodo. Presi subito confidenza con quella scena al punto che mi appoggiai con le spalle e la testa al muro, proprio accanto allo scheletro. E la cosa non mi dava nemmeno fastidio.
Quando mi sedetti di nuovo cercai di osservare meglio i dettagli delle cose. Soffermandomi sulle cose. All’inizio infatti, guardavo di sfuggita, non perché non meritassero attenzione, ma perché non avevo contezza di quanto dovevo rimanere dentro, e non pensavo che sarebbe durato tanto. Ma, dopo che il Maestro Terribile mi tolse il telefono, ma soprattutto l’orologio, pensai che le cose andavano per le lunghe, e fui allora che ad ogni singolo dettaglio mi ci soffermai per parecchio tempo.
Toccai ed odorai il contenuto delle ciotole sopra scrittoio. Ne intuii i contenuti, ma non ne riuscii a capire il significato.
La scritta dietro di me, invece, riportava: “Se la tua anima ha provato spavento, non andare più oltre” e la scritta VITRIOL, con dei simboli che accompagnavano. Non mi soffermai molto su questa parte. Forse per il semplice fatto che l’avessi dietro le spalle, o forse, per via di quella frase. Ed io non ero spaventato, e non lo ero stato. E la mia anima sembrava stare addirittura meglio.
Nel muro della mia sinistra, troneggiava invece un Gallo con due frasi ad accompagnarlo. Qui scrutai più volte le frasi. Le lessi in vario ordine. Prima solo quello di sinistra. Poi quello di destra. Poi cercai di leggere righe del lato sinistro insieme a quello del lato destro, come se dovessi in qualche modo risolvere un rebus. A dir il vero non ci capii molto. Anche le frasi lette in vario molto non mi fecero più di tanto capire e riflettere. Capii che il gallo potesse rappresentare la vigilanza, in quanto è il primo che si alza all’alba, anzi segnala l’inizio del giorno, ma dopo ciò mi spostai su quella frase che mi colpì di più.
Mi rimisi composto sulla sedia con lo scrittoio davanti e sopra questa frase: “Se tieni alle distinzioni umane, Vattene”. La scrutai a lungo. Ci riflettei per la maggior parte del tempo passato lì dentro. Mentre osservavo qualcos’altro, alla fine il mio sguardo era diretto sempre lì. Non capivo perché ne fossi così attratto. Non me lo so spiegare tutt’oggi che scrivo. Ma più la leggevo, più la rileggevo non solo nella mia mente, ma anche a voce relativamente alta e più ne ero coinvolto. Come se stessi ripetendo una formula.
Restai col dubbio di cosa volesse dire veramente quella frase. Pensai al razzismo, ma lo considerai troppo banale. Mi rimasero in testa queste parole “distinzioni Umane”. Continuai ad osservarle, anche dopo aver scritto il testamento. Anche quando intuì dai rumori che era quasi giunto il momento di uscire da lì.

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