Quando il mio Maestro Venerabile mi ha consegnato questo tema, la prima parola che è rimasta impressa sulla mia retina, quasi a bruciare la superficie del foglio, è stata: “Curva”.

Perché proprio “Curva”? Mi sono chiesto.

Spesso usiamo le parole con una tale fretta da lasciarne il significato in superficie, rendendole scontate, quasi invisibili. Siamo abituati alla logica della scala a pioli, a quella dritta, dove il punto di partenza e quello di arrivo si guardano in faccia senza segreti. Raramente pensiamo a una scala a chiocciola. Certo, a un primo sguardo, il

mio lato razionale mi ha suggerito una spiegazione ingegneristica: una scala curva occupa meno spazio, accorcia le distanze, è un modo più veloce per salire o scendere.

Ma sapevo che non era questo che il Maestro voleva da me. La Massoneria non costruisce edifici di cemento, ma cattedrali di pensiero.

Mi sono preso del tempo. Ho lottato con la difficoltà di capire quale fosse lo “scoop”, l’intento profondo del mio M.V. nel pormi davanti a questa forma così insolita. E poi, lentamente, la nebbia ha iniziato a diradarsi.

Ho capito che se come Apprendista il mio mondo era la verticalità assoluta del Filo a Piombo, ora, come Compagno, mi viene chiesto di muovermi nello spazio. La scala è il mezzo di questa ascensione, ma è una scala che mi inganna: la sua curva mi impedisce di vedere la fine. Mi obbliga a un atto di fede. È qui che risiede il mistero che si cela: ogni gradino si svela solo dopo che il mio piede vi si è posato sopra. È un’evoluzione che accade un passo alla volta; il mistero diventa progresso interiore solo nel momento in cui accetto di non vedere il domani. La curva non è una scelta estetica, è l’invito a una vera introspezione: per salire, devo continuamente volgere lo sguardo verso il centro, verso l’interno di me stesso.

E poi, quei Cinque Gradini.
Il numero dell’Uomo, il Microcosmo. Ho riflettuto su come questi gradini siano stratificati dentro di me. Ho salito il gradino dei cinque sensi, capendo che devo dominare la mia percezione del mondo fisico per non restarne schiavo. Ho osservato gli ordini architettonici — dal solido Toscano al raffinato Composito — per capire l’armonia delle forme. Mi sono immerso nelle arti liberali, dal Trivio al Quadrivio, cercando in quella sintesi di saperi gli strumenti per decifrare le leggi dell’universo.
Ho perfino rivisto i miei passi di Compagno: quei tre passi da apprendista seguiti dai due laterali. Una linea pezzata che mima esattamente l’andamento della scala curva. Ho compreso allora che la ricerca della Verità non è mai un’autostrada rettilinea, ma richiede deviazioni, incertezze e nuove prospettive.
Ma ora che sono qui, dopo aver analizzato e razionalizzato, sento che la vera domanda rimane sospesa nell’aria del Tempio.
Conclusione
Qual è, dunque, il senso ultimo di questa salita? Più cerco di definire la cima, più la curva sembra avvitarsi su se stessa, trascinandomi in un luogo dove la luce della ragione inizia a vacillare.
Forse la Scala Curva non è fatta per essere completata, ma per essere vissuta come un eterno ritorno. Forse il quinto gradino non è una piattaforma solida, ma una soglia sottile che si affaccia su un abisso ancora più profondo. Mentre salgo, avverto un’incertezza che non mi spaventa più, ma che mi interroga: e se la fine del percorso non fosse affatto la Luce, ma la scoperta che la scala stessa è un’illusione necessaria?
Resto in ascolto, nel buio della curva, sapendo solo che il prossimo gradino esiste solo perché io ho il coraggio di cercarlo. Il segreto non è ciò che troverò in cima, ma la trasformazione silenziosa di chi, nel buio della spirale, ha smesso di chiedere “dove vado” e ha iniziato a chiedersi “chi sono”.
Nel silenzio del mistero, la scala continua a girare, e io con lei, verso un Oriente che si sposta a ogni mio passo.

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