Abbiamo già raccontato di Romanino e di come utilizzi la pittura come uno strumento per trascendere la disperazione coinvolgendo lo spettatore chiamato a diventare diretto testimone dell’accaduto.

Alla sua prosa più pacata si contrappone una linea decisamente più tensiva, perseguendo la via di una espressività stravolta, resa ben esplicita dal volto spiovente e disarticolato di S. Girolamo che rompe la simmetria della scena.

Questa composizione stravolge l’intero assetto emozionale, portando l’osservatore ad un’attenta riflessione: la nudità del suo corpo sembra quasi un invito a spogliarsi di tutto ed a renderci “leggibili” agli occhi di Dio.

Chi era S. Girolamo?

Egli è noto per essere il grande studioso e traduttore della Bibbia in latino, opera che ha dato vita alla Vulgata. Dottore della chiesa, si dedicò ad una vita di studio, spiritualità e penitenza. Era noto per il suo carattere passionale e polemico, combattendo le eresie e criticando vizi ed ipocrisie. Egli ha posto al centro della sua vita la Bibbia che vediamo rappresentata dal libro aperto sul tavolo. Impugna con fermezza il crocifisso senza perdere di vista l’unica cosa importante, ovvero il Cristo, lasciando alle spalle gli elementi che contraddistinguono la sua vita terrena rappresentati dal leone e dal galero rosso. La pietra che tiene in mano è il simbolo del suo martirio che, insieme al leone, al teschio ed al libro, serve a raffigurare la sua iconografia di eremita penitente nel deserto.

Volgendo al termine di questa ricerca, posso dire che ogni cosa che rimanda a Cristo è un insieme di buio e luce, dolore e gioia e, la preparazione alla vita eterna passa attraverso questi elementi da ricercare dentro di noi.

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