Chi ha conosciuto Dio e penetratone i misteri non è stato più solo né ha avuto timore nel compiere l’estremo sacrificio: immolare se stesso. Questo perché non tutti i segreti da custodire sono uguali, ma ne esistono alcuni che sono così tanto preziosi da bastare da soli per riempire una vita e volgerla verso un’unica meta.

Sotto questa luce e se ci sforzassimo di accettare questo mistero (perché comprenderlo significherebbe viverlo), tutto apparirebbe alle nostre coscienze come qualcosa di se non altro più chiaro. Ci spiegheremmo allora il perché del sacrificio di Cristo sull’altare e poi sulla croce. Ed Hiram cos’è per l’iniziato se non la proiezione di questo sacrificio, la distruzione di ben altro tempio per la riedificazione dello stesso in altra forma e sostanza?

Chi è depositario di un segreto così potente non lo svela, ma attende che esso si manifesti indipendentemente dalla propria volontà, perché è un’altra Volontà che deve compiersi in un sacrifico così grande e di questa portata.

Nel Getsemani, tra gli ulivi, il Maestro levando gli occhi al cielo, assolutamente incapace di contrastare quella Volontà che attraverso il suo imminente sacrificio stava per compiersi manifestandosi al mondo, sussurrò tra terrore e supplica le parole

Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la Tua Volontà.

Nel “sacrificio” è dunque una Volontà diversa che si compie e, il più delle volte, “passa” attraverso un mezzo, un corpo, senza che questi ne comprenda o concepisca i disegni. Allora Cristo è “solo” un mezzo ben preparato, è una tavola bene imbandita per far sì che altri compiano il pasto.

Quando la volontà si manifesta l’uomo non esiste più, perde la propria identità, il corpo si disgrega, si spezza come il pane, si decompone al passaggio della Volontà e si ricompone in qualcosa altro.

Osiride per gli Egizi, Cristo per i religiosi e Hiram per gli iniziati: esempi di come la Volontà indistinta che promana dall’alto attraversi gli esseri “pronti”, gli uomini “preparati” ad essere mezzi veri e proprio per permettere che il sacrificio si compia.

Chi sacrifica il proprio corpo non è più quel corpo perché il segreto che possiede lo ha reso “altro”, lo ha trasformato per sempre. Allora Hiram tace, sa bene che il proprio diverrà un sacrificio ragionevole se non addirittura necessario per non permettere alla profanità di sporcare la Verità e per non porre ostacoli alla Volontà nel suo manifestarsi. Hiram, il Figlio della Vedova, che non a caso chiamiamo “Abif”. In ebraico “Ab” significa “padre”, ma nell’esegesi biblica “Abif” significa “figlio”. Dunque padre e figlio assieme, stessa sostanza, come Cristo e Dio.

Hiram sa che non esiste un al di là, sa che attraverso il proprio sacrifico i suoi fratelli avranno spalancati gli occhi sulla Verità e la Volontà si paleserà in tutta la sua potenza tracciando una via chiara a tutti coloro che avranno “occhi e orecchie per intenderla”. Hiram non muore, si trasforma.

La resurrezione non è altro che una “nuova nascita”, una “rinascita”. Non esiste una resurrezione dai morti per gli iniziati, perché i “morti” sono solo coloro che vivono non coscienti del fatto che esista già tutto “al di qua”. L’iniziato nel gabinetto di riflessione lascia per sempre la profanità e rinasce a nuova vita, rivede la luce. Lascia dunque il mondo dei morti perché la morte la vince.

E nell’uomo? Dove si colloca il sacrificio di Hiram? Chi è Hiram e cosa rappresenta? Cosa può mai sacrificare di sé l’uomo per conoscere la Verità?

Probabilmente deve rinunciare a non essere più quello che è stato fino a poco prima. Deve smettere di identificarsi in qualcuno o qualcosa, deve conosce se stesso per non essere più se stesso. Deve distaccarsi dalle cose per vederle scorrere, fluire e per fare sì che le stesse non condizionino più o che lo facciano sempre meno, progressivamente. Chi avrà sacrificato questa parte più resistente di sé, chi avrà svuotato se stesso da tutte le “distorsioni” dell’essere, avrà fatto spazio dentro, avrà avuto la possibilità di riempire di luce nuova le proprie cavità e potrà dirsi risorto, rigenerato, resuscitato dai morti.

Allora il sacrifico che l’uomo è chiamato a compiere è quello di liberarsi dalle catene del condizionamento e per farlo deve rinunciare alla parte più importante di sé ovvero rinunciare alla propria identità di persona “dormiente”, “morta”. Sacrificare tutto, lasciare andare ogni cosa e tutto quello che si è stati è, in apparenza, il dramma più grande nel quale non vorremmo mai trovarci, ma è la condizione necessaria verso la quale deve tendere l’uomo di desiderio. Una “trasformazione” interiore che passi per una totale “disintegrazione” della propria individualità.

La strada è tracciata ed è chiara. Chi, adesso, desidera percorrerla?

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