
La rappresentazione degli esseri divini costituisce uno degli aspetti più ricchi e più vari dell’iconografia artistica di tutti i tempi. Motivo costante di ispirazione è la ricerca di un “divino invisibile”, considerazione che ci riporta al rapporto con le grandi religioni monoteistiche, compreso il cristianesimo; ricerca che le arti sacre si sforzano di rappresentare con il visibile.
In India, dopo la fioritura (Upanishad, che significa “sedersi vicino al maestro”), agli artisti ed i filosofi erano coscienti del fatto che un’opera d’arte dà forma a ciò che di per sé è al di là della forma. Anche nelle culture arcaiche la funzione dell’arte sacra era la stessa ovvero traduceva in linguaggio concreto ed in forma figurata un’esperienza religiosa ed una concezione metafisica del mondo e dell’esistenza umana.
Ogni espressione figurativa religiosa è dunque l’incontro tra l’uomo ed il divino. Tali incontri possono essere sia un’esperienza religiosa personale sia una comprensione religiosa del mondo e cioè la scoperta che il mondo è opera divina, creazione degli dei.
La creazione artistica scaturisce dal bisogno interiore di dimostrare le forme e le opere delle divinità.
Un atto divino è il disegno (Segno di Dio) ed è il mezzo necessario per trasmettere tale operazione. La pittura prende gradualmente corpo dal disegno ed è ciò che succede nelle opere di Leonardo Da Vinci. Egli parte con l’idea del disegno come pittura e della pittura come disegno e poiché il disegno è l’espressione più diretta del moto fisico e mentale, le figure di Leonardo sono dotate di una vivacità e vitalità senza precedenti.
Intorno al 1495, Leonardo cominciò a lavorare per un incarico del Duca Lodovico all’ultima cena, nel refrattario del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano. Le figure attorno alla tavola sono poderose. Per la prima volta qui viene impiegato un principio della composizione classica: la superdimensione delle figure in rapporto allo spazio. Le figure si trovano in uno spazio ridotto ed i loro movimenti sono abbastanza contenuti, creando un effetto monumentale. Troviamo la figura di Gesù Cristo che governa la zona centrale. Il dipinto fa riferimento al Vangelo di Giovanni 13:21.
Leonardo, qui studiò tutti i movimenti dell’animo degli Apostoli, sorpresi e sconcertati all’annuncio del tradimento di uno di loro.
Osservando le linee, Gesù prende la forma di una piramide, costituendo così l’asse centrale di tutta la scena e rappresentando il fuoco interiore. Gli Apostoli sono necessari affinché questo fuoco sia alimentato senza mai spegnersi ed infatti i colori utilizzati ci aiutano a focalizzare questa immagine.
In fondo troviamo tre finestre.
Secondo una lettura diversa, il discepolo accanto a Gesù sulla sua destra non sarebbe Giovanni, si pensa che Leonardo avrebbe voluto rappresentare Maria Maddalena, ma per vari motivi la chiesa non approvò questa iconografia.
L’immagine che ne scaturisce è un impegno ad una attenta riflessione che non tralascia nessun tipo di comunicazione sia verbale, sia visivo, ma soprattutto emozionale.
Su quella grande tavolata, Leonardo ha messo tutto quello che doveva inserire ed a nostro avviso lo fa con grande spirito comunicativo. Ecco che il linguaggio della pittura tocca tasti che suonano di riflessione profonda.
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