di Tommaso Campanella

Bisogna eleggere un luogo, nel quale non si senta strepito d’alcuna maniera, all’oscuro o al barlume di un piccolo lume, così dietro, che non percuota negli occhi, o con occhi serrati.

In un tempo quieto et quando l’uomo si senta spogliato d’ogni passione, tanto del corpo, quanto dell’animo. In quanto al corpo non senta né freddo né caldo, non senta in alcuna parte dolore, la testa scarica di catarro e dai fumi del cibo et da qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, né abbia appetito né di mangiare né di bere, né di purgarsi, né di qualsivoglia cosa; e stia in questo luogo posato a sedere nella maniera più comoda, appoggiando la testa alla mano sinistra, o in altra maniera più comoda.

L’animo sia spogliato d’ogni minima passione o pensiero, non sia occupato né da mestizia o dolore, o allegrezza o timore o speranza; non pensieri amorosi o di cure famigliari o di cose proprie o d’altri; non di memoria di cose passate o di oggetti presenti; ma essendosi accomodato il corpo come sopra, deve mettersi là, et scacciare dalla mente di mano in mano tutti i pensieri che gli cominciano a girare per la testa. Et quando ne viene uno, subito scacciarlo et quando ne viene un altro, subito anco lui scacciare insino che non ne venendo più, non si pensi a niente al tutto et che si resta del tutto insensato interiormente ed esteriormente et diventi immobile come se fussi una pianta o una pietra naturale: et così l’anima, non essendo occupata in alcuna azione, né vegetabile, né animale, si ritira in sé stessa et servendosi solamente degli istrumenti intellettuali, purgata da tutte le cose sensibili, non intenda le cose più per discorso, come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze: fatta Angelo vede intuitivamente l’essenza delle cose nella loro semplice natura et però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si propone speculare: perciocché avanti che si metta all’opera, bisogna stabilire quello che si vuole o speculare o investigare et intendere; et quando l’anima si trova depurata, proporselo davanti et allora gli parrà di avere un chiarissimo e risplendente lume, mediante il quale non gli si nasconde verità nessuna. Et allora si sente tal piacere e tanta dolcezza che non vi è piacere a questo mondo che a quello si possa paragonare: né anco il godimento di cosa amatissima non ci arriva a gran pezzo. In tal maniera, che l’anima, pensando di avere a ritornare nel corpo per impiegarsi nelle vil’opere del senso, grandemente si duole e senz’altro non ritornerebbe mai se non dubitasse che per la lunga dimora in tale estasi si spiccherebbe al lutto dal corpo.

Perciocché, quelli sottilissimi spiriti nei quali ella dimora se ne salgano al capo e però alcuni sentono un dolcissimo prurito nel capo dove son gli istrumenti intellettuali: et a poco a poco svaporano i quali, se tutti svaporassero, senz’altro l’uomo morrebbe. Et però sono più atti a quest’estasi quelli che hanno il cranio aperto per la cui fessura possano esalare alquanto gli spiriti; altrimenti se ne raduna tanti nella testa che l’ingombrano tutta, et gli organi per così gran concorso si rendono inabili.

Questa credo che sia l’estasi platonica della quale fa menzione Porfirio, che da questa Plotino sette volte fu rapito, et egli una volta; essendo che di rado si trovan tante circostanze in un uomo. Con tutto ciò, in due o tre anni potrebbe anco succedere tre o quattro volte; et quelle cose che allora si intendono, bisogna subito scriverle et diffusamente, altrimenti voi ve le scordereste et rileggendole poi non l’intendereste.

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